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LA
STORIA
Insieme
ai comuni di Pozzuoli, Monte di Procida nonché ai quartieri
occidentali di Napoli, il territorio quartese è parte integrante
dell'area dei Campi Flegrei per geografia e storia. Il territorio
comunale corrisponde per buona parte all'omonimo piano-depressione
a forma ellittica contornata da una cinta collinare. Il nome
della città deriva da una pietra miliare situata lungo l'antica
Via Consolare Campana che collegava Pozzuoli alla "caput
mundi".
La
formazione del Piano di Quarto rientra nell'attività
vulcanica dei Campi Flegrei, per quanto gli studiosi non sempre
concordano sulla sua classificazione geologica e sulla sua
datazione. Per lo studioso Giuseppe De Lorenzo (1904), il
quale divise la storia geologica flegrea in tre periodi, il
Piano di Quarto è un cratere originatosi nel terzo periodo
(formazione più antica: 11 mila anni fa), caratterizzato da
esplosioni e eruzioni subaeree di materiale frammentario.
Secondo
altri studiosi, ad un'attività altamente esplosiva, verificatasi
nel finire del ciclo (36 mila - 11 mila anni fa), seguirono
degli sprofondamenti locali (es. Pianura, Piano di Quarto).
La colonia greca degli euboici, dopo l'insediamento dell'odierna
isola d'Ischia e la fondazione della città stato di Cuma,
si presume si sia inoltrata verso l'ubertosa conca di Quarto,
alla ricerca di una autonomia agricola.
Circa
la presenza dei Romani, bisogna ricordare le gradi opere infrastrutturali
realizzate sul territorio. A tal proposito è indispensabile
parlare un attimo della "Montagna spaccata",
massimo esempio di ingegneria stradale del tempo: il taglio
della montagna presenta una lunghezza di 290 metri e per la
sua realizzazione furono rimossi non meno di 220 mila metri
cubi di terreno.
La
Piana di Quarto viene citata nella "De vita duodecim
Caesarum" di Svetonio in relazione ai prodigi che
accompagnarono Ottaviano verso la carica di "Augustus"
e dagli Atti degli Apostoli in cui si sostiene che per la
conca di Quarto passò l'Apostolo Paolo insieme a Luca l'Evangelista,
in stato di prigionia sotto la scorta di centurioni, diretto
a Roma.
Attualmente
l'incremento demografico degli ultimi vent'anni ha fatto sì
che Quarto divenisse in breve tempo una delle città più giovani
d'Italia; altissimo è, inoltre, il tasso di scolarità e il
numero di laureati e diplomati. Dal punto di vista economico,
infine, la cittadina, di matrice rurale, ha sviluppato una
fitta rete di attività commerciali, artigianali ed in genere
del settore terziario, adeguandosi alle nuove esigenze nate
dall'incremento demografico che di fatto ha trasformato il
volto di Quarto.
SITI ARCHEOLOGICI
Il
Comune di Quarto, pur se ubicato in una zona periferica dei
Campi Flegrei, rivestì un importante ruolo nell'antichità:
lungo le sue pendici è stato infatti possibile riconoscere
varie tracce di insediamenti preistorici, e certo in età greca
essa dovette avere un suo ruolo precipuo in relazione alla
vicina Cuma. Le maggiori testimonianze monumentali, comunque,
risalgono all'età romana, quando la zona, con l'apertura della
Via Campana, vide crescere la sua importanza economica.
Il modello insediativo e di utilizzo del territorio sembra
riconducibile, più che a quello di un vero e proprio centro
abitato, con un unico nucleo principale, a una serie di strutture
abitative rurali - ville rustiche - disposte lungo i vari
diverticoli della Via Campana e a mezza costa lungo le pendici
della conca.
Il
primo di questi, sito in proprietà privata, è costituito da
un basamento quadrangolare, in opera vittata, su cui si innesta
un tamburo, anch'esso a pianta quadrangolare. La camera funeraria
è ancora interrata sotto l'attuale piano di calpestio, mentre
è visibile, all'interno del basamento, un secondo ambiente
attualmente adibito a deposito di attrezzi agricoli. Il secondo
mausoleo, posto a circa 100 metri dal primo e visibile soltanto
dalla strada, è invece quasi completamente interrato. Se ne
può scorgere la cuspide conica, in opera cementizia rivestita
di cocciopesto.
Proseguendo lungo la
strada parzialmente sterrata si giunge al Monte Gauro,
luogo rinomato nell'antichità e ancora ricchissimo di testimonianze
del passato (ville, impianti termali, ecc.). Uno dei luoghi
più suggestivi dell'area di Quarto è la necropoli che ospita
il caratteristico Mausoleo a cuspide piramidale.
La
Necropoli di via Brindisi è stata portata parzialmente
alla luce nel corso degli anni settanta e ottanta; prima di
allora era visibile solo il livello superiore del mausoleo
a cuspide, utilizzato come deposito di attrezzi agricoli.
Delimitata da una bassa recinzione realizzata in opera reticolata,
ne fanno parte tre mausolei funerari con basamento quadrangolare
e vano ipogeo, un triclinio all'aperto, alcuni vani di servizio
e due recinti minori.
La
struttura più antica è il monumentale mausoleo a cuspide piramidale,
volgarmente noto come "Fescina", con la
recinzione ad esso pertinente. Attraverso un varco alle spalle
del monumento è possibile accedere al recinto, originariamente
chiuso, in cui si rinvennero tracce di incinerazioni, urne,
anfore con resti di inumati e tombe a cappuccina che documentano
la continuità d'uso della necropoli fino ad epoca tarda. Anche
nell'area del recinto maggiore vennero alla luce sepolture
ad inumazione. Nell'antichità tali spazi recintati erano detti
ustrinae perché destinati soprattutto alla
cremazione dei defunti. La camera superiore presenta un ingresso
ad arco, visibile non appena si giunge nella zona archeologica:
esso è posto a circa 1 metro di altezza dall'attuale piano
di campagna e, dal momento che non esiste traccia di una rampa
di accesso, si deve ipotizzare in antico l'utilizzo di scale
mobili in legno. Si tratta di un colombario a pianta quadrangolare
esternamente cilindrico, con volta a botte e dotato di cinque
nicchie, molto danneggiato dall'utilizzo prolungato da parte
dei contadini del luogo. Questo ambiente è più piccolo rispetto
al vano ipogeo posto al di sotto di esso, sia per dimensioni
che per il numero di nicchie ricavate nelle pareti, tutte
con tracce d'intonaco, due a pianta quadrangolare nelle pareti
laterali, ed una a pianta semicircolare nella parete di fondo.
Il taglio nell'attuale piano pavimentale è stato praticato
in epoca moderna per accedere all'ipogeo.
La
copertura del mausoleo è una cuspide piramidale a pianta esagonale,
con due camere di alleggerimento, la cui tipologia non trova
facili riscontri in ambito flegreo e campano, ma è diffusa
invece in ambito microasiatico e alessandrino. Il prototipo
architettonico è rappresentato dal celebre mausoleo d'Alicarnasso
del IV sec. a. C. (alto basamento rettangolare sormontato
da una peristasi coronata da piramide a gradini), che influenzò
numerosi monumenti minori in epoche successive; la ripresa
di tale modello nel monumento di Quarto sembra rientrare in
un attardamento di tale tradizione. Questo fenomeno ben si
colloca nel quadro dei frequenti scambi di natura commerciale
e culturale fra Puteoli - divenuta il grande porto
di Roma nella prima età imperiale e nel cui ambito territoriale
rientrava la piana di Quarto - e il mondo orientale. Sul retro
del monumento, una scala moderna conduce all'ingresso del
dromos, un corridoio coperto a volta, attraverso
il quale si accedeva al vano sotterraneo situato all'interno
del basamento quadrangolare. Il dromos, nella sua
forma attuale, è il risultato di tre interventi costruttivi,
come si evince da un esame della superficie esterna della
sua copertura, separata in tre parti di differente tecnica
edilizia. Inizialmente esso era coperto da una piccola volta
a botte solo nella parte adiacente al basamento. Successivamente,
anche un primo tratto del dromos venne dotato di
copertura a volta, contemporanea alla realizzazione del recinto
del mausoleo e non interamente conservata poiché tagliata
all'altezza dell'arco; in base a questo particolare, si deve
supporre un camminamento più lungo dell'attuale, che probabilmente
doveva correre al di sotto di un asse viario situato in quest'area,
sebbene non ancora individuato con certezza. Infine, anche
la zona intermedia venne ricoperta in opera cementizia di
sommaria esecuzione. Attraverso una piccola rampa di scale
ed un ingresso ad arco si accede all'ipogeo vero e proprio,
un ambiente quadrangolare con volta a botte, interamente intonacato,
con 11 nicchie a pianta semicircolare sulle pareti cui si
appoggiano tre letti con pulvini per i pasti
rituali; due feritoie illuminano il vano dall'alto. L'ambiente
è purtroppo soggetto a frequenti allagamenti durante la stagione
invernale. Sul retro del mausoleo, lungo questo ipotetico
asse viario, sulla sinistra, si incontrano altri due spazi
recintati, privi di un varco di accesso, destinati probabilmente
anch'essi a funzioni funerarie (agri religiosi).
Appena oltre, è possiile accedere al grande recinto (maceria),
che ingloba tutto il complesso, attraverso una soglia di pietra
lavica con chiare tracce di tardi rimaneggiamenti che hanno
comportato anche un innalzamento del livello di calpestio.
Giunti
all'interno, sulla sinistra, realizzato in uno spazio di risulta,
si incontra un piccolo ambiente intonacato a pianta trapezoidale,
pavimentato in cocciopesto, oggi quasi del tutto privo dell'originaria
copertura (sono visibili sul fondo tracce dell'imposta di
una volta). Per la sua struttura potrebbe avere avuto funzione
di edicola. Procedendo si giunge di fronte a un triclinio
all'aperto, costituito da una mensa centrale di forma rettangolare
e da tre letti a sezione trapezoidale su tre lati, sistemato
a ridosso del recinto e destinato ai banchetti funebri. È
noto infatti che negli anniversari della morte o nelle celebrazioni
commemorative dei defunti come il dies violae (22
marzo) e il dies rosae (21 maggio) si consumavano
pasti funebri rituali in appositi triclini, costruiti negli
spazi antistanti il sepolcro, o all'interno del monumento
stesso, oppure su banconi e sedili di muratura eretti lungo
le facciate. Il triclinio appartiene all'ultima fase del complesso,
quando la costruzione del mausoleo "M" e del triclinio
stesso comportò un ampliamneto e la distruzione di una precedente
recinzione. Il mausoleo posto accanto al triclinio presenta,
proprio sul fronte, la scala di accesso al piano superiore
e all'ipogeo e, affiancate alla scala, due grosse nicchie,
la cui funzione, connessa evidentemente all'utilizzo del triclinio,
doveva essere di ripostiglio per suppellettili.
Dal
solaio (non è ricostruibile l'assetto originario del piano
superiore) si scendeva nel vano ipogeo attraverso una scala
a doppia rampa, ora inagibile a causa di un crollo. L'ambiente,
a pianta quadrangolare e con volta a botte, presenta su tre
pareti 15 nicchie distribuite variamente su uno o due ordini;
un'altra nicchia è ricavata sulla volta di sostruzione della
scala. L'illuminazione era garantita da due feritoie che si
aprivano su pareti adiacenti.
Di
fronte e con orientamento opposto, il mausoleo "N"
presenta un basameto a pianta rettangolare, al cui lato lungo
si appoggia la scala che conduceva al livello superiore. Di
quest'ultimo pochi sono gli elementi conservati, poiché le
pareti sono quasi completamente rasate. Sulla facciata principale,
poi, è possibile notare, all'estrema destra, i resti di un'ulteriore
scala, funzionale esclusivamente all'accesso all'ipogeo.
Il
prospetto del monumento mostra inoltre una panchina e tre
avancorpi, disposti ai due lati e pressappoco nella zona mediana,
con probabile funzione di sostegno di elementi verticali quali
pilastri o colonne, che dovevano abbellire il fronte dell'edificio.
Anche in questo caso, dal pavimento del piano superiore si
scendeva nell'ipogeo tramite una scala a doppia rampa. Tale
ambiente, con volta a botte, analogamente agli ipogei già
descritti, presenta una pianta quadrangolare, e riceve luce
da due feritoie. Delle ventidue nicchie, distibuite in due
ordini, due, interamente in stucco, sono del tipo ad edicola,
ricavate su pareti opposte ed inquadrate da un architrave
ed un timpano sorretti da due lesene.
Poco
oltre, via Brindisi incrocia sulla sinistra via Pantaleo,
che ricalca un antico asse viario e lungo la quale si attestano
strutture romane, in parte isolate e fatiscenti, in parte
inglobate in masserie. Tra queste, si segnalano la Masseria
Cesa Pepere e la Masseria Pantaleo I. La prima
conserva non solo i resti murari in opera reticolata, ma anche
la diposizione su tre terrazze della villa romana su cui si
è impostata (dalla terrazza superiore è possibile dare uno
sguardo di insieme alla zona di Pantaleo, via Brindisi con
il mausoleo a cuspide e all'area delle cave). La seconda utilizza
come cantine ambienti romani in opera reticolata. Si tratta
probabilmente di magazzini per deposito di derrate agricole,
pertinenti ad una grande villa terrazzata: alcuni di essi
presentano le pareti divisorie tra i vari ambienti alleggerite
nella parte superiore da archetti di scarico.
Usciti
sulla via Campana, imboccando sul lato opposto via Viticaglia,
si incontra dopo pochi metri sulla sinistra la suggestiva
via Cupa Orlando, incassata nel banco tufaceo, che rappresentava
già in antico l'uscita della Via Campana dalla conca
di Quarto. Qui doveva attestarsi la parte monumentale della
necropoli, la cui zona più povera, costituita da tombe a cassa
di tufo e a cappuccina (cioé con copertura a tegole accostate
a formare un doppio spiovente), si estendeva ai margini della
piana sottostante. Sul lato ovest della strada è possibile
scorgere i pochi resti di strutture (sepolcri scavati nel
tufo, cisterne, ecc.) che sono stati risparmiati dall'ondata
edilizia che ha interssato negli ultimi anni il comune di
Quarto.
Tornati
indietro, si prosegue sulla via Campana per circa 2 Km, fino
a una grande rotonda. Da qui, svoltando a destra per via S.
Nullo-Licola (direzione Marano), si raggiunge, dopo poche
centinaia di metri, il Castello di Monteleone o di
Belvedere. Il castello, costruito nel XII sec. per volontà
di Federico II di Svevia e restaurato da Carlo I D'Angiò,
è il più antico di cui si abbia notizia nei Campi Flegrei.
Esso conserva la pianta originaria a sei torri quadrate disposte
lungo il perimetro, una bifora a sesto acuto sul lato orientale
e una saettiera su quello meridionale.
A
questo punto si torna nuovamente sulla via Campana per raggiungere
Pozzuoli. Prima di uscire dalla Conca vale la pena, però,
di effettuare un'ultima deviazione. All'imbocco della Montagna
Spaccata, un impervio viottolo sulla destra si inerpica lungo
le pendici di Monte S. Agelo. Il percorso, difficile ma di
estremo interesse dal punto di vista naturalistico, permette
di raggiungere la sommità del monte, uno dei punti panoramici
più suggestivi dell'intera area flegrea.
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